associazione per la storia dei vigili del fuoco

 
 

 

Umanità nella tragedia.

I Vigili del Fuoco nella Seconda Guerra Mondiale

 

 

   

l'organizzazione parallela della protezione aerea

   

 

   

di Michele Sforza

   

 

 

Per affiancare i Vigili del Fuoco nell’opera di soccorso alle popolazioni civili colpite dai bombardamenti aerei della Seconda Guerra Mondiale, furono costituiti degli organismi paralleli di difesa civile, i cui addetti erano reclutati prevalentemente tra i militanti delle varie organizzazioni fasciste. Convinto che alle carenze della Difesa Antiaerea si potesse rimediare con strutture di tipo volontaristico, il regime creò l’UNPA, Unione Nazionale di Protezione Antiaerea, che da subito cadde nel discredito fra la popolazione. Sfiduciati, poco motivati verso i loro compiti e impreparati - le selezioni avvenivano con criteri che nulla avevano di professionale - in più di un’occasione questi erano più di impaccio che di effettivo aiuto ai vigili del fuoco.

Furono ripartiti in quattro distinti gruppi secondo i diversi campi d’operatività:

 

1) Unità ausiliarie antincendi e antidirompenti

Alle dirette dipendenze dei Comandi dei Vigili del Fuoco, queste unità, destinate a rinforzare le file dei vigili in caso d’attacco aereo, erano composte da Giovani Fascisti e Avanguardisti.

 

2) Squadre Rionali di P.A.A. (Protezione Anti Aerea)

Erano costituite da fascisti appartenenti ai singoli Gruppi Rionali. Alle dirette dipendenze dell’UNPA avevano il compito di intervenire come aiuto alle squadre di 1° intervento.

 

3) Squadre di 1° intervento

Alle dipendenze di Enti Pubblici e Privati, a queste squadre era demandata la custodia, contro gli incendi, degli edifici nei quali avevano sede le Amministrazioni statali, le scuole, le banche, le caserme e gli edifici d’interesse storico-architettonico.

 

4) Guardiani del Fuoco

Alle dirette dipendenze dei Capi Fabbricato, una sorta di responsabile di scala, i guardiani del fuoco avrebbero dovuto costituire la primissima difesa antincendi in ogni abitazione o caseggiato.

 

Queste in teoria dovevano essere le forze messe in campo dal regime per coadiuvare le strutture preposte al soccorso civile. Nella dura realtà dei fatti invece le cose andarono ben diversamente.

La ferocia dei bombardamenti mise a nudo tutti i gravi limiti organizzativi, dovuti all’assenza di preparazione tecnica e per l’inesistenza delle dotazioni dei materiali e delle attrezzature di questi gruppi, limiti che andavano ben al di là della buona volontà individuale degli addetti. A poco o a nulla valsero le periodiche esercitazioni di protezione antiaerea, che avrebbero dovuto non solo formare ma anche armonizzare le forze concorrenti al soccorso civile.

Bisogna aggiungere che tra le cause del mancato funzionamento, vi fu il diffuso fenomeno dello sfollamento in massa degli abitanti dalle città, che esposti ai pericoli dei continui attacchi aerei e per le privazioni determinate dalle carenze di qualsiasi genere, soprattutto alimentare, preferivano cercare rifugio in campagna o nei piccoli centri di provincia.

Il fenomeno della migrazione creò, ovviamente, dei vuoti anche tra le fila dei livelli più bassi delle suddette squadre, soprattutto tra i guardiani del fuoco e i capi fabbricato, che abbandonando l’abitazione o il caseggiato, abbandonavano ciò che dovevano vigilare.

Le dotazioni personali necessarie per lo svolgimento del delicato ruolo, nei migliori dei casi erano composte per lo più da una maschera antigas, un elmo protettivo, una pala o un piccone e da una fascia in stoffa in qualità di segno distintivo.

Tra i pochi organismi ancora in grado di funzionare, nonostante il progressivo sfascio delle strutture statali, i Vigili del Fuoco si distinsero in modo particolare e continuarono ovunque a svolgere il loro insostituibile operato e a rappresentare uno dei pochi punti di riferimento per la gente, pur dibattendosi tra tutte le palesi difficoltà del momento.

L’imprescindibile capacità di operare in condizioni quasi sempre d’emergenza e la capacità di autosufficienza che i vigili erano riusciti a mettere in piedi, nell’approvvigionamento sia di mezzi e materiali, sia alimentare, garantirono la prosecuzione del loro lavoro anche nei momenti di maggiore crisi come quello che seguì l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Ma non erano solo queste le motivazioni.

Esisteva e bisogna dirlo evitando di cadere in una facile enfatizzazione, una motivazione forte che era insita, seppur in diversa misura, in moltissimi degli elementi del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, un microcosmo che indipendentemente dall’orientamento politico, era composto di individui coraggiosi e umili, schivi di una qualunque forma di onori e lodi, che nei momenti di maggiore crisi anteponevano il bene collettivo alla propria sicurezza. Questo profondo spirito di abnegazione e di sacrificio permise loro di superare gran parte delle enormi difficoltà operative succedutesi nei cinque lunghissimi anni di guerra.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
     
     
   

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