associazione per la storia dei vigili del fuoco

 
    Nascita ed evoluzione del servizio antincendio della Città di Torino
   
   

I MEZZI

   

 

   

di Michele Sforza

   

 

 

Il veicolo che più di altri ha caratterizzato il servizio antincendio - e continua tuttora a farlo - è sicuramente l’autopompa, simbolo dei pompieri, entrata prepotentemente nell’immaginario collettivo. Essa con la sua potenza, la versatilità d’impiego, l’autonomia e se vogliamo anche la gradevolezza delle linee estetiche, ha sempre rappresentato il metro di comparazione di una moderna ed efficiente organizzazione.

Nelle manifestazioni e nei vari concorsi pompieristici che si sono svolti dalla fine del secolo scorso sino ai nostri giorni, anche se in maniera diversa, l’autopompa è sempre stata l’oggetto del quale essere orgogliosi dell’appartenere a questo o quel Corpo Comunale di Pompieri. Non di rado possiamo osservare nelle vecchie ed ingiallite foto d’archivio, il pompiere o la squadra dei pompieri ritratti mentre erano seduti “a cassetta” sull’amato mezzo, orgogliosi di farlo in atteggiamento marziale, come a suggello - e qui non s’inganni l’osservatore - di un’intesa che andava ben oltre il semplice vezzo o frivolezza. Dall’intesa con l’autopompa, condizione imprescindibile, come dalla sua efficienza, è sempre dipeso il destino dei soccorsi come degli stessi soccorritori.   

Una simbiosi perfetta, un tutt’uno tra “uomini e macchine, gli uni e gli altri perfettamente armonizzati”; l’uomo immobile ed impassibile con il suo elmo lucido e perfettamente calzato, e il mezzo sempre lustro e col motore che “gira come un orologio”, trattato con amore, presupposto indispensabile per rispondere al meglio allora come oggi, al “nemico” sempre in agguato: il fuoco.

Ed è appunto con l’autopompa che, al di là di ogni romantica rievocazione, il neonato Corpo Nazionale iniziò l’azione di modernizzazione del parco mezzi, caratterizzato da una diversificazione di modelli e di marche, ereditate dall’unificazione dai vari corpi municipali.

All’evoluzione e al miglioramento tecnico dell’autopompa sono sempre state dedicate dalle industrie e dalle stesse officine dei pompieri particolari energie. Fondamentale fu l’apporto di quella professionalità altamente specializzata degli operai-pompieri, che si potrebbero definire senza timore d’eccesso “maestri”. Meccanici, verniciatori, elettrauti, falegnami; un’enorme ricchezza di capacità ed esperienze, preziosa nel dopoguerra per rimettere in sesto il parco macchine disastrato dalla guerra. Come dimenticare a Torino l’impareggiabile Maresciallo Franchino, il Brigadiere Zucchino, il Vigile Giargia e gli operai Frencia e Balagna. Bastava loro un pezzo di metallo e un tornio per ricostruire un particolare di motore introvabile, o trasformare automezzi civili in automezzi di soccorso, utilizzando le meccaniche base FIAT, Alfa Romeo, Isotta Fraschini, SPA ed altre ancora.

A volte la tecnologia veniva anticipata dalle fantasiose idee di questi impareggiabili meccanici che sembravano sfiorassero il limite della pazzia. Chi può dimenticare a Torino l’estrosa realizzazione di un motore “idrogetto” per un impiego fluviale, ricavato dalla trasformazione di una motopompa? L’impiego non durò a lungo, ma servì in ogni modo a dimostrare che poteva esserci per i natanti, una propulsione diversa da quella ad elica.

Dal 1940 il Corpo Nazionale fu dotato di nuovi e potenti automezzi, soprattutto di modelli unificati che, costruiti in serie e in numero massiccio, permettevano un abbattimento dei costi, ma soprattutto rendevano più semplice ed economica la manutenzione.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
     
     
   

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