associazione per la storia dei vigili del fuoco

 
 

 

Umanità nella tragedia.

I Vigili del Fuoco nella Seconda Guerra Mondiale

 

 

   

LE FALSE SUGGESTIONI DI UNA GUERRA VITTORIOSA

   

 

   

di Michele Sforza

   

 

 

Siamo ormai nel 1941, anno in cui, come è già stato detto, i Corpi dei Civici Pompieri, con la Legge Reale 27 dicembre 1941, n. 1570, confluirono nel Corpo Nazionale  dei Vigili del Fuoco, diretto dal Ministero dell’Interno. La guerra era scoppiata e con essa tutti i gravissimi problemi che ogni guerra si porta dietro: lutti, distruzioni e fame. I comuni più industrializzati vennero continuamente martoriati dai bombardamenti degli alleati. Torino è stata una delle città che più di altre ha patito duramente le pene di una assurda guerra.

Nella notte del 12 giugno 1940, solo due giorni dopo la dichiarazione di guerra, caddero assieme alle prime bombe su Torino anche le facili illusioni di una rapida vittoria.

Ore 1,30 del 12 giugno 1940.

Inizia per Torino e per l’Italia il Secondo Conflitto Mondiale.

Per i bombardieri inglesi il disimpegno di questa prima missione si rivelò piena di rischi ed incognite; 1600 miglia era la distanza totale da percorrere tra l'andata e il ritorno, le Alpi da sorvolare due volte con le loro pericolose correnti, il freddo intenso all'interno dei velivoli non ancora pressurizzati. Molti aerei da subito abbandonarono l'impresa, 12 proseguirono per Torino, 3 per Genova ed uno andò disperso forse sulle Alpi.

Gli approssimativi mezzi di puntamento non permisero ai piloti di raggiungere gli obiettivi immediatamente. Ad aiutare i piloti della RAF nell’individuazione di Torino, fu comunque la contraerea posta a difesa della città, che entrata in azione prima del tempo, per giunta inefficace per la quota mantenuta dagli aerei incursori, divenne per loro un sicuro punto di riferimento.

Raggiunto l'obiettivo presunto, dai portelloni si sganciarono 44 bombe che subirono però una notevole variazione di traiettoria, a causa delle loro ridotte dimensioni, e per i seimila metri che dovevano percorrere fino al punto di impatto, tanto da portarle di alcuni chilometri fuori dalla direzione di lancio. Alcune caddero in aperta campagna altre furono sospinte su alcune case di via Priocca, di via XI Febbraio (oggi corso), zone limitrofe alla nostra vecchia Caserma Centrale di Porta Palazzo. Le bombe causarono, tra l’incredulità generale, una prima strage di gente destata di soprassalto dal lacerante suono delle sirene antiaeree, immediatamente seguite dallo sgancio delle bombe.

Per gli aerei incursori era stato relativamente semplice scaricare il loro micidiale carico su Torino, pressoché indifesa ed esposta a qualunque attacco dal cielo. Questa di seguito fu la prima relazione di guerra compilata dai Vigili del Fuoco di Torino, all’indomani:

 

“Alle ore 1,32 circa è stato richiesto un servizio in via Petrarca n. 30 allo stabilimento Carello, ma il personale che è accorso non ha potuto constatare che l’incendio stesso era stato causato da bombe poiché nelle vicinanze non si è trovato traccia di esplosioni.

L’incendio è stato lieve.

Poco dopo l’allarme, cinque bombe sono cadute contemporaneamente a meno di cento metri dalla Caserma Centrale di questo Corpo, e precisamente presso il gazometro della Società Gas (allora in via XI Febbraio, dove oggi esiste la Sede Centrale dei Vigili Urbani n.d.a.).

Questo Comando ha subito mandato una squadra e poi un’altra, che con getti d’acqua hanno provveduto a raffreddare le lamiere del gazometro e le strutture portanti di esso per impedire che il contorcimento delle lamiere stesse, rendesse impossibile il regolare abbassamento della campana con conseguente pericolo di scoppio; infine insistendo nel raffreddamento, in unione col personale della Società del Gas, opportunamente intervenuto, si è provveduto a tamponare con argilla i fori e quindi al definitivo spegnimento del fuoco eliminando così il grave pericolo dello scoppio del gazometro.      

[...] Alcuni feriti nelle vicinanze della caserma sono stati trasportati in un    primo tempo o si sono recati da loro stessi, nella Caserma Centrale di questo Corpo che era il locale più prossimo allo scoppio più grave”.

 

Pur avendo mancato l'obiettivo il Bomber Command considerò vittoriosa l'azione su Torino. La RAF nell’operazione aveva subito la perdita di un solo aereo, e questo era già un primo successo considerando le difficoltà incontrate dalla squadriglia inglese per raggiungere l’Italia. Ma soprattutto cominciava a delinearsi in modo chiaro la capacità organizzativa dell’aviazione britannica nel portare un attacco così lontano dalle proprie basi aeree.

Nella notte tra l’11 e il 12 giugno, dunque, Torino fu fatta segno della prima incursione. Le autorità cercarono di nascondere la portata dell’avvenimento. Persino i giornali relegarono la notizia tra le colonne interne della cronaca cittadina. La Stampa, il maggiore organo di informazione di Torino, ne parlò addirittura tre giorni dopo, il 14 giugno, con un laconico articolo che, stigmatizzando la barbara delinquenza britannica, invitava, speculando sul dolore e sul dramma delle vittime, a trarre beneficio “dall’esempio dell’antico valore, incitamento nuovo a proseguire nella lotta fino alla vittoria. L’Italia aveva dei conti da regolare con la Francia e l’Inghilterra: la lista oggi si allunga col numero dei morti che Torino offre con gesto accorato alla Patria”.

Ma l’ondata di scredito e i sentimenti di odio che si cercò di infondere nella gente verso la Francia e l’Inghilterra, non poteva far dimenticare le gravi responsabilità morali e storiche di cui il nostro paese e la Germania si erano fatti carico. Hitler e Mussolini già durante la guerra civile spagnola del 1936/39, sperimentarono gli effetti dei bombardamenti sui centri di resistenza repubblicani, con il preciso scopo di distruggere degli obiettivi non solo militari ed industriali. Fu così sperimentata per la prima volta una nuova tecnica: il “tappeto di bombe”, capace di paralizzare per molti mesi qualunque attività umana.

La prima vera “barbara delinquenza” fu, quindi, compiuta proprio dall’aviazione tedesca. A farne le spese fu la tranquilla cittadina basca di Guernica, distrutta il 26 aprile 1937 dagli aerei della Luftwaffe.

Perirono 1654 inermi cittadini.

A Guernica e al suo martirio il pittore Picasso dedicò una delle sue opere più belle e significative.

L’Italia dal canto suo non fu meno efferata nel bombardare, a guerra appena iniziata, l’isola di Malta dove perirono non solo militari ma anche numerosi civili. Si era solo agli inizi dell’impiego di questa nuova spaventosa tecnica di guerra. Londra fu colpita, a partire dall’8 settembre 1940, per ben ottantacinque volte consecutive, tanto da detenere il triste primato di unica città al mondo bombardata in maniera sistematica e continua. La Luftwaffe rovesciò sulla capitale inglese ben 18.921 tonnellate di bombe e materiale incendiario, che provocarono oltre 20.000 morti. I ripetuti attacchi furono ben assorbiti dalla sterminata metropoli inglese, che vide distrutti 243 ettari di superficie edificata, sui 1794 chilometri quadrati, quanto era la sua estensione totale.

La Luftwaffe colpì ancora nei mesi successivi altri importanti centri britannici come Liverpool, Plymouth, Birmingham, ecc. L’unico vero “tappeto di bombe” che l’aeroflotta tedesca realizzò senza più riuscire a ripeterlo, fu sulla città di Coventry il 15 novembre 1940. La città britannica subì il primo attacco aereo della storia, studiato con il preciso obiettivo di paralizzare ogni attività per un indeterminato numero di mesi. Circa 450 bombardieri la attaccarono quattro volte in sette ore, sganciando 560 tonnellate di ordigni esplosivi ed incendiari.

La tecnica dell’area bombing, che tradotto dall’inglese significa tappeto di bombe, era un’azione combinata compiuta da massicce formazioni di bombardieri, che a più ondate concentravano il loro carico di bombe di grosso calibro su una ristretta area cittadina. Ad un primo passaggio aereo venivano sganciate le bombe dirompenti, che pur producendo effetti limitati alla zona di caduta, come lo sventramento delle case, lo scoperchiamento dei tetti e lo scardinamento degli infissi, avrebbero preparato una situazione ottimale per gli spezzoni incendiari sganciati in gran quantità durante la seconda ondata; le bombe incendiarie al fosforo o alla termite, non trovando grossi ostacoli potevano sviluppare all'interno delle case, dove il carico d'incendio era maggiore, il loro tremendo potere distruttivo spandendo tutt'intorno il liquido incendiato. Con la successiva terza ondata venivano sganciate nuove bombe dirompenti e incendiarie in aggiunta a fusti di benzina mescolata al fosforo e a bombe a scoppio ritardato. Una miscela spaventosa tanto da paralizzare persino le squadre di soccorso, costrette a rimanere nei rifugi.

Il Bomber Command britannico intanto perfezionava sempre di più il proprio apparato bellico aereo, destinato di lì a pochi mesi a vincere e dominare gli spazi aerei europei.

Il Piano Mille, fu la prima risposta inglese di una certa consistenza; scattò il 30 maggio 1942 con mille aerei che in una sola notte attaccarono un unico obiettivo: la città tedesca di Colonia. Ma se l’obiettivo Colonia voleva essere una dimostrazione di potenza, prescindendo dall’importanza strategica della città, per Amburgo le cose andarono ben diversamente. Attivissimo porto commerciale e militare - il più importante d’Europa - nelle sue fabbriche si costruiva la maggiore quantità di apparati bellici per il Reich.

L’Operazione Gomorrah, definito così il bombardamento di Amburgo, si scatenò nella notte tra il 23 e 24 luglio 1943 e venne preceduta dal lancio delle famose window, striscioline di alluminio lunghe ventisette centimetri, che avevano il compito di ingannare il sistema radar tedesco. Leggiamo dal Comando Bombardieri Operazione Europa di Giorgio Bonacina, il terribile attacco alla città tedesca:

[...]l’allarme aereo venne dato ad Amburgo alle 0.33. In quel momento, grazie ai lanci di window, tutti i complessi ingranaggi delle difese tedesche si erano già irrimediabilmente inceppati. [...] i radar stessi dei caccia notturni che, indirizzati da terra nei luoghi più disparati, dove non c’erano bombardieri ma solo innocue striscioline di stagnola volteggianti a mezz’aria, venivano subdolamente attirati a centinaia di chilometri di distanza dal vero obiettivo dei nemici.

[...] Nel tempo previsto, circa tre quarti d’ora, 720 apparecchi realizzarono un bombardamento eccezionalmente concentrato in una zona estremamente circoscritta, flagellandola con 1129 tonnellate di bombe esplosive e 1265 tonnellate di ordigni incendiari. [...] Amburgo conosceva il primo Fuersturm artificiale della storia dell’umanità. La tempesta di fuoco. Un Moloch infernale fatto di pura fiamma, alimentato da un forte vento della violenza di un uragano ciclonico, proiettato nel vivo della fornace alla velocità fantastica di duecentocinquanta chilometri orari.

[...] La concentrazione degli incendi, per disgrazia, fu così inaudita da attirare dall’esterno, fin dalla campagna, a una velocità sempre crescente, una immane massa d’aria fredda, che si precipitò a colmare i vuoti lasciati dall’aria surriscaldata che saliva al cielo [...] e così via per non meno di tre ore. [...]  a una quota di oltre 5000 metri, i vortici d’aria che salivano dalla città avevano trasformato i bombardieri in fuscelli svolazzanti e quasi incontrollabili.

[...] Chi tentava di avventurarsi per le strade era ghermito dai gorghi impazziti del tifone e scagliato in un mare ringhiante di fiamme. Chi, inorridito, non osava avventurarsi all’aperto, era avvelenato nei rifugi e nelle cantine dai gas mefitici del monossido di carbonio (responsabile, nel 70 per cento dei casi, dei decessi di quella notte di tregenda). Nell’epicentro della tempesta di fuoco la temperatura sfiorò i mille gradi centigradi. Un calore che volatilizzò ogni essere vivente. Dove il soffio rovente fu di 300-400 gradi vennero ritrovati poi dei cadaveri carbonizzati, ridotti alla lunghezza di meno di un metro. Ma più sfortunati furono coloro, a migliaia, che si trovarono ai margini della tempesta, dove il vento infuocato non irrompeva a duecentocinquanta chilometri orari, ma solo cento-centoventi, e dove la temperatura era di 80-100 gradi. Questi, fuggendo atterriti dai rifugi dove si moriva per le esalazioni di monossido di carbonio, affrontarono un habitat che non uccideva in un attimo, ma che tuttavia non consentiva la sopravvivenza a esseri umani. [...] Morirono atrocemente, spellati, disidratati, coperti di oscene escrescenze. Uomini, donne, vecchi, bambini. Amburgo 1943: la Gomorra del ventesimo secolo.

[...] Per centinaia di amburghesi non vi fu, per ore interminabili, che una tragica, allucinante alternativa: o morire affogati nell’Alster e nei canali, o morire bruciati vivi. Le loro inaudite sofferenze cessarono all’alba, quando squadre di soldati e di poliziotti li freddarono a colpi di arma da fuoco. Per quanto raccapricciante, fu l’unica soluzione possibile. [...] i morti di Amburgo furono circa quarantamila. Il ricupero dei cadaveri richiese in seguito il lavoro, spesso nauseabondo, di molti mesi. [...] Nella giornata del 28 luglio, sotto una cupa cappa di fumo che riverberava il rosso sanguigno del mostruoso incendio, novecentomila amburghesi in preda all’angoscia, e in certi casi alla follia, lasciarono con ogni mezzo la città ferita a morte.

Le città italiane pur avendo subito numerosi violenti bombardamenti lungo l’arco della guerra, non conobbero simili trattamenti, perché considerate dagli alleati obiettivi secondari rispetto alla Germania. La definizione degli inglesi rendeva bene la considerazione che essi avevano dell’Italia, definita “il ventre molle dell’Europa”.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
     
     
   

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