associazione per la storia dei vigili del fuoco

 
   

Umanità nella tragedia.

I Vigili del Fuoco nella Seconda Guerra Mondiale

   
   

13 LUGLIO 1943, L'INFERNO SU TORINO

   

 

   

di Michele Sforza

   

 

 

Il bombardamento iniziò poco prima dell’1,30, per terminare alle 2,45 sempre del 13 luglio. L’incursione fu effettivamente la più terribile mai avvenuta prima di allora, sia per il numero delle vittime, tutte sorprese nel sonno perché le sirene antiaeree praticamente non suonarono, sia per il tonnellaggio delle bombe sganciate. Oltre 250 Lancaster decollati dalle basi del sud della Gran Bretagna, lanciarono 413 bombe dirompenti più alcune decine di migliaia di mezzi incendiari, per un totale di 763 tonnellate. Otto le bombe da 8000 libbre e ben 203 da 4000. Gli aerei si soffermarono su Torino per ben 70 minuti, al termine, e nei giorni successivi per le gravi ferite subite,  i morti furono 792, i feriti 914. Nulla venne risparmiato, gli ordigni cadevano in ogni dove, il clangore delle bombe, il fragore delle esplosioni e il bagliore degli incendi venne distintamente avvertito in un raggio di molte decine di chilometri. La confusione che si creò in città era indicibile. La scena che si presentò ai sopravvissuti e alle forze soccorritrici era impressionante, resa ancora più drammatica dall'apocalitticità degli incendi che a centinaia perdurarono per una decina di giorni. Il fumo acre prodotto dalla combustione dei materiali più vari, rese ancora più difficoltosa l'opera dei soccorritori che, noncuranti dell'imperversare dell'offesa aerea, generosamente già sopraggiungevano da Vercelli, Alessandria, Novara, Asti, Cuneo, Aosta, pronti a dare manforte ai colleghi di Torino che infaticabilmente operavano sugli incendi che per giorni sconvolsero la città, e sui palazzi sventrati i quali a centinaia custodirono per molti giorni i corpi straziati della gente. 

Immagini di guerra bene documentate dal pompiere-fotografo Domenico Scrigna.

 Gli interventi di soccorso dichiarati furono circa 1100.

L’incursione risultò molto efficace, tanto che la concentrazione delle bombe, cadute prevalentemente nella parte nord-est della città, saturò intere zone provocando un unico immenso cratere. Non ci fu quartiere che non ebbe una casa, un palazzo colpito.

Anche per la città di Foggia il mese di luglio fu un mese denso di avvenimenti tragici. Il 15 luglio fu bombardata dai B-24 della Nona Forza Aerea Americana, decollati dalla base di Lete in Libia. Poco prima delle 15 quattro squadroni di superfortezze volanti, i Liberators, oltre a colpire di nuovo gli aeroporti, bombardarono violentemente la città. Questi possono essere definiti i primi veri bombardamenti terroristici, in quanto i piani di attacco non prevedevano solo la distruzione dei numerosissimi aeroporti militari, ma anche indiscriminatamente la città, con lo scopo di fiaccare il morale e la resistenza della gente, affinché si rivoltasse contro il regime.

Dunque dalle 14,45 alle 15,00 i bombardieri americani in soli quindici minuti lasciarono sulla loro scia 1293 morti foggiani. Il fatto più drammatico avvenne nella zona ferroviaria, dove si trovavano alcuni convogli carichi di bombe e carburante. Molti vagoni saltarono in aria con tutto il carico, innescando una reazione a catena. Una squadra di vigili del fuoco nel tentativo di sezionamento dei convogli venne investita dall’esplosione di uno dei vagoni. Due di loro perirono orribilmente dilaniati. Uno di questi era il Vigile Scelto Attilio Rinaldo.

Questo fu solo un assaggio di quello che invece accadde una settimana dopo: il 22 luglio. Questa data segna uno degli avvenimenti più sconvolgenti dell’intera guerra. Ben poco si conosce di questa pagina. I giornali ignorarono forse volutamente gli avvenimenti per non creare eccessivi allarmismi, i bollettini ufficiali si limitavano a laconici comunicati. Ma il ricordo della tragedia e i segni sono tuttora vivi nei testimoni del tempo. Il conteggio definitivo delle vittime potrà sembrare eccessivo, forse è così e nessuno mai potrà confermarlo o smentirlo, su questo gli studiosi avanzano numerosi dubbi. Foggia comunque, allora una città di circa 80.000 abitanti, dopo diverse ondate conclusesi solamente nella notte del 23, contò 7.643 morti.

Il 17 agosto cessò ogni resistenza in Sicilia; l’esercito alleato in pochi giorni l’occupò totalmente, da cui iniziò la risalita della nostra penisola.

Due giorni dopo riprese il ciclo di incursioni sulla città di Foggia, che si concluse l’8 settembre con uno spaventoso bilancio di vittime e distruzioni, che fece del capoluogo dauno forse la più danneggiata tra le città italiane. Iniziò il 19 agosto alle 12,00. In poco più di due ore in sei ondate, dai 233 bombardieri vennero vomitate 586 tonnellate di bombe, un quantitativo che superò quello sganciato l’8 agosto su Torino, Milano e Genova; ma Foggia allora contava poco più di 70.000 abitanti, con un’estensione infinitamente inferiore a quella delle tre capitali industriali. Va da se comprendere la diversa capacità di assorbimento dell’enorme massa d’urto provocata dalle bombe. Il bilancio finale delle vittime fu pauroso; si calcola non meno di 9581 morti. Il dato potrà essere sicuramente per eccesso, ma tanto basta per dare l’idea di cosa accadde a Foggia in quel caldo giorno dell’estate del 1943. La città era stata ormai abbandonata dalla totalità dei suoi abitanti, rifugiatisi nelle campagne e nei comuni vicini. Foggia era ormai una città fantasma contro la quale si accanì, senza pari altrove, una forza d’urto spaventosa che annientò qualcosa come il 76% dell’intera superficie edificata. Foggia dichiarata città sinistratissima, cessò definitivamente di soffrire il 23 settembre 1943 con l’entrata in città degli alleati, accolti con nuova speranza dai superstiti che cominciavano, a partire da quel giorno, a intravedere dopo tre anni di guerra lo spiraglio di una nuova vita e di una rinascita.

I morti ufficialmente furono 20.298. Sicuramente mai si conoscerà la cifra reale, forse sono tanti, forse no. Sta di fatto che la storia di Foggia, Medaglia d’oro al Valor Civile, venne sistematicamente ignorata dalle autorità e dagli organi di informazione del periodo e, fatto ancor più grave, ignorata dagli storiografi che mai hanno analizzato il drammatico risvolto di una città, che fu tra le più colpite in assoluto da armi convenzionali.

In tutto il territorio italiano la situazione si faceva sempre più confusa, con i tedeschi ormai massicciamente presenti sul nostro territorio nazionale, pronti ad un colpo di mano. I fascisti della milizia erano stati assorbiti dall’esercito, come molti dirigenti fascisti erano stati lasciati ai loro posti di prestigio. Questo atteggiamento ambiguo del governo Badoglio non faceva altro che incrementare una situazione di confusione. Si temeva a questo punto una massiccia invasione, da parte dei tedeschi, delle nostre città. Questo purtroppo avvenne all'indomani della dichiarazione di resa del nostro paese, resa pubblica solamente l’8 settembre.

L’armistizio venne sottoscritto il 3 settembre dal Generale Castellano, in un luogo segreto delle campagne siracusane. Ancora colpevolmente Badoglio temporeggiava nel rendere pubblico l’atto di resa.

Alla fine gli alleati stanchi, presero l’iniziativa diffondendo da Radio Londra e Radio Algeri il proclama della capitolazione del nostro Paese. Badoglio di fronte al fatto compiuto dovette comunicare ufficialmente che “il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle Forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

Fu troppo tardi; le divisioni tedesche, attestate già da diversi giorni lungo i confini con ingenti forze, in breve si riversarono nel nostro territorio occupandolo militarmente.

Prima dell’armistizio, secondo un accordo stipulato tra il governo Badoglio e il Comitato delle opposizioni che raggruppava tutti i partiti antifascisti, venne costituita la Guardia Nazionale, formata dal popolo, che avrebbe dovuto affiancare il nostro esercito nella difesa del suolo dalla prevedibile invasione tedesca.

Ma gli accordi non vennero mai rispettati. Già nella serata dell’8 settembre quando molti cittadini si presentarono nelle caserme per chiedere l'arruolamento o le armi, si videro rifiutare qualunque loro istanza. A Torino il Generale Adami Rossi non ricevette i rappresentanti del popolo, avendo già deciso di consegnare supinamente la città alle forze tedesche ormai vicine. Lo stesso accadde in molte delle città non ancora liberate. A questo punto il nostro Paese, con un esercito sbandato e il popolo non armato, si trovò davvero esposto  all’occupazione tedesca.

Il governo e il re pensarono bene di fuggire da Roma per rifugiarsi a Brindisi, oramai in mano alleata. 

Il 9 sera le divisioni tedesche entrarono in Torino e fu subito battaglia. L’indomani una colonna militare tedesca, entrando in città aprì il fuoco contro la popolazione civile inerme, colpevole solo di portare via dall’Opificio Militare in corso Regina Margherita, abbandonato dai nostri militari, del materiale utile alla sopravvivenza. Fu una strage; 12 donne rimasero sull'asfalto crivellate dal criminale piombo nazista.

Il volto feroce del nazismo si era mostrato.

Era ormai chiaro a tutti che il vecchio alleato trasformatosi in occupante, avrebbe fatto della vendetta e del terrore le armi con cui soggiacere il popolo italiano.

Inevitabilmente anche tra i Vigili del fuoco nacque in quei giorni, un sentimento di forte ostilità nei confronti dei tedeschi e del regime dittatoriale italiano che, più efferato di prima, si andava ricostruendo al Nord.

Torino pagò un duro contributo di vite umane e di opere edilizie distrutte. A conclusione della guerra i morti per i bombardamenti sofferti tra la popolazione civile, nella sola Torino furono 2.069 ed i feriti 2.695; i Vigili del Fuoco deceduti per azioni di soccorso furono 4, diversi i feriti.

Le incursioni aeree furono 56. I minuti che occorsero ai 2154 aerei incursori per sganciare le 6288 bombe dirompenti, e le diverse centinaia di migliaia di spezzoni incendiari, furono 1454. Gli aerei incursori abbattuti furono 15.

La popolazione oltre all’incubo reale delle bombe sofferse per ben 229 volte un altro incubo: quello di dover scendere nei rifugi antiaerei, perché tanti sono stati gli allarmi a vuoto dati dalla contraerea alla popolazione.

Il patrimonio edilizio privato subì a Torino un vero disastro; su 217.562 abitazioni censite prima della guerra, ne furono distrutte o danneggiate ben 82.077 circa il 40 % del complesso delle abitazioni.

Anche il complesso produttivo e terziario della città subì gravi danni. Le ndustrie distrutte e danneggiate furono 1018, i locali ospitanti attività commerciali distrutti e danneggiati furono 10.424 su un totale di 29.016.    

A completamento del quadro statistico riportiamo le cifre relative ai danni subiti dal patrimonio religioso, culturale e di svago della città. Le chiese distrutte o devastate furono in totale 29; i locali ospitanti il patrimonio culturale cittadino, comprendente musei, biblioteche ed altro, danneggiato o distrutto ammontarono a 129; i locali di pubblico spettacolo 64. Vanno aggiunte a queste cifre le diverse centinaia di locali distrutti, adibiti a laboratori, magazzini, autorimesse, ecc.

Gli interventi di soccorso compiuti dai vigili del fuoco dall’inizio del conflitto, furono diverse migliaia, difficili da quantificare perché non tutti furono annotati, soprattutto nei momenti di grande confusione durante le incursioni dell’estate del 1943. Ogni singola squadra lavorava incessantemente per giorni, compiendo decine di interventi contemporaneamente senza potersi mai fermare per prendere appunti.

Le statistiche ufficiali parlano di circa 10.000 interventi, tuttavia pensiamo che i soli interventi di guerra non siano stati meno di 50.000/60.000.

E’ indubbio che la città nel complesso subì una profonda trasformazione. Cinque anni di guerra significarono per Torino migliaia di morti e feriti, insanabili ferite al patrimonio edilizio e architettonico, enormi perdite per il tessuto produttivo, una situazione così avrebbe richiesto molti anni per un recupero. Tuttavia la voglia di ricostruzione e di cancellazione del passaggio della guerra, fu tale che permise alla città un celere e pieno recupero sin dal primissimo dopoguerra.

Le attività tese al recupero del suo patrimonio furono frenetiche, non sempre consone alle reali esigenze, ma comunque in grado di restituire alla città in breve tempo, quel suo aspetto gradevolmente uniforme, e quella voglia di ricominciare a produrre, tanto da farne una delle capitali dell’economia e della produzione dell’intera nazione.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
     
     
   

indietro